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08/01/2016
L'Italia sempre più interessata da un crescente disagio abitativo


Negli ultimi mesi si sono susseguite nelle maggiori aree urbane del Paese manifestazioni di disagio sociale che hanno avuto nell’occupazione di immobili dismessi o inutilizzati il principale tratto caratterizzante.
Senza indulgenze nei confronti di iniziative quasi sempre illegali e non di rado violente, non si può non rilevare come le reiterate occupazioni rendano visibile un fenomeno che, nonostante dimensioni straordinariamente rilevanti, viene troppo spesso sottaciuto, oltre che interamente delegato ad un interventismo locale affannoso e privo di strumenti adeguati.
A fronte della vastità del problema, le risposte pubbliche sono state fino qui complessivamente inadeguate. Il piano di recupero e ristrutturazione degli immobili ERP inutilizzati e fatiscenti è una risposta di entità irrisoria, soprattutto se associata al sacrificio (perlopiù a valori modesti) di una parte del patrimonio sull’altare di un’inconciliabile efficienza economica delle aziende casa deputate alla gestione. Non può bastare neppure la continua invocazione al concorso privato attraverso il sistema dei fondi immobiliari e all’intervento dalla Cassa Depositi e Prestiti. In più, un’impronosticabile accelerazione del piano di edilizia residenziale sociale garantirebbe un sollievo solo ad una quota minoritaria (la cosiddetta fascia grigia) delle famiglie che versano oggi in condizioni di difficoltà (630 mila beneficiarie a fronte delle quasi 1.800 mila in disagio). Infine, non è sufficiente l’alleggerimento fiscale (sia sul reddito sia sulla proprietà) riconosciuto ai proprietari di abitazioni concesse in locazione a canone “concordato”, soprattutto laddove gli accordi territoriali che disciplinano tale opzione sono talmente obsoleti da renderla di fatto inutilizzabile.
Fonte: Nomisma, Società di Studi Economici