Raccolta Sentenze - Casa e Condominio
Liti e azioni legali


Indennizzo per l'irragionevole durata del processo

Il diritto all’equo indennizzo per la irragionevole durata di un processo non spetta all’ente condominiale che è preposto unicamente alla gestione della cosa comune in quanto l’eventuale patema d’animo conseguente alla pendenza del processo incide unicamente sui condomini che quindi sono titolari uti singuli del diritto al risarcimento.
Corte di cassazione, Sez. I, 23 ottobre 2009, n. 22558
Fonte: Ipsoa Immobili e Proprietà

Commento

Per la prima volta la Suprema Corte affronta il tema del diritto all’equa riparazione per l’eccessiva durata del processo in materia condominiale ed afferma il principio di cui alla massima, escludendo che titolare dell’azione risarcitoria possa essere il condominio in persona del suo amministratore.
La legge 89/2001, c.d. legge Pinto, prevede all’art. 2, primo comma, che chi abbia subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, convenzione ratificata dal nostro Paese con la legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, paragrafo 1, della citata Convenzione, ha diritto ad una equa riparazione.
Si tratta di una disposizione che, in attuazione di una convenzione internazionale, consente a chiunque sia stato parte di un giudizio, ricorrendo determinate condizioni che vanno valutate nell’ambito di apposito giudizio, di promuovere ricorso per ottenere il risarcimento del danno derivante dall’eccessiva durata del processo. Il danno risarcibile è sia quello patrimoniale sia quello non patrimoniale, sofferto dal soggetto per l’eccessiva durata del procedimento giurisdizionale.
La possibilità di ricorrere è prevista anche per le persone giuridiche e, più in generale, per i soggetti collettivi, quali sono le società di persone.
Il diritto ad ottenere l’equo indennizzo è stato dunque riconosciuto anche a soggetti diversi dalle persone fisiche che subiscano un danno sia patrimoniale sia non patrimoniale.
La giurisprudenza di legittimità ha chiarito cosa si intenda per danno non patrimoniale in riferimento a soggetti diversi dalle persone fisiche, precisando che esso va inteso come danno morale soggettivo correlato a turbamenti di carattere psicologico il quale sia conseguenza normale, anche se non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, come sancita dall’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea, a causa dei disagi e dei turbamenti di carattere psicologico che la lesione di tale diritto solitamente provoca alla persone preposte alla gestione dell’ente o ai suoi membri, non diversamente da quanto avviene per il danno morale da lunghezza eccessiva dei processi subito dagli individui persone fisiche1.
La questione affrontata con la decisione in commento prende le mosse dal ricorso proposto dal Ministero della Giustizia avverso il decreto della corte d’appello che aveva accolto il ricorso con cui era stata proposta domanda di riconoscimento dell’equa riparazione per violazione dei termini di ragionevole durata del processo svoltosi in primo grado innanzi al tribunale.
Il Ministero ha dedotto la violazione degli art. 1130 e 1131 cod.civ. in relazione al difetto di potere rappresentativo in capo all’amministratore di condominio in relazione al diritto fatto valere in giudizio.
Tale doglianza è stata accolta dai giudici di legittimità che hanno ribadito come il condominio sia privo di personalità giuridica essendo unicamente un ente di gestione.
La S.C. ha poi evidenziato che l’amministratore del condominio ha sì il potere di agire, oltre che nell’ambito delle attribuzioni allo stesso conferite dalla legge, anche in virtù di una delibera assembleare assunta a maggioranza e non dalla totalità dei condomini, ma tale legittimazione concerne la tutela della gestione delle cose comuni e non invece i diritti che i singoli condomini vantano uti singuli per i quali è invece necessario lo specifico mandato da parte di tutti i condomini.
Il principio è assolutamente pacifico2 e conforme al dettato normativo, giacché la legittimazione attiva dell’amministratore del condominio, come precisa l’art. 1131 cod.civ., trova il proprio limite nelle attribuzioni previste dal precedente art. 1130 cod.civ., ovvero in quelle maggiori previste dal regolamento di condominio, ma si tratta pur sempre di azioni concernenti l’esecuzione delle deliberazioni assembleari, le quali, a propria volta, non possono che concernere i beni o i servizi comuni e dunque la gestione, ma non anche i diritti dei singoli partecipanti al condominio.
Nel caso di specie, l’azione promossa dall’amministratore del condominio aveva per oggetto il diritto all’equo indennizzo per la irragionevole durata di un processo, dunque un diritto che spetta alle persone fisiche o alle persone giuridiche, ma non anche ad un ente di gestione qual è il condominio.
L’amministratore avrebbe potuto promuovere l’azione solo se avesse avuto uno specifico mandato dai singoli partecipanti al condominio, ma non in forza di una deliberazione assembleare assunta a maggioranza.
D’altro canto, sottolinea la S.C. l’eventuale patema d’animo conseguente alla pendenza del processo incide unicamente sui condomini e non invece sull’amministratore (il quale per altro, può anche mutare nel corso del tempo e in pendenza del processo della cui eccessiva durata ci si duole), di conseguenza spettando il diritto all’equo indennizzo solo ai singoli condomini, la legittimazione a promuovere l’azione spetta a ciascuno di loro uti singuli .
Il difetto di legittimazione ad agire è stato eccepito per la prima volta innanzi alla Suprema Corte ed ha comportato la cassazione del decreto impugnato in quanto il processo non poteva essere iniziato per l’inammissibilità dell’atto introduttivo.
Ancora una volta la S.C. ribadisce la definizione di condominio come mero ente di gestione sfornito di personalità giuridica3 che non rientra neppure nei c.d. soggetti collettivi: conseguentemente, l’amministratore del condominio, pur essendo il legale rappresentate dell’ente, non può essere considerato un organo dello stesso, ma resta un mandatario dei condomini incaricato della gestione dei beni e dei servizi comuni.
Il principio non è tuttavia pacifico: la stessa Corte in precedenza 4 aveva affermato che in caso di violazione del termine ragionevole del processo, l’equa riparazione del danno non patrimoniale spetta anche al soggetto collettivo, nella specie un condominio in persona del suo amministratore, a causa dei disagi e turbamenti di carattere psicologico che la violazione normalmente provoca alla persona preposta alla gestione dell’ente o ai suoi membri.
Invero, sembra essere più condivisibile il principio da ultimo affermato giacché i diritti spettanti ai singoli condomini, qual è quello dell’equo indennizzo per la irragionevole durata del processo, possono essere agiti solo ed esclusivamente da costoro singolarmente e non dall’amministratore del condominio.
Mariagrazia Monegat (Avvocato in Milano)