Raccolta Sentenze - Compravendita
Usucapione


Acquisto di un solo coniuge in comunione dei beni

Gli acquisti di beni immobili per usucapione, verificatisi in costanza di matrimonio tra coniugi in regime di comunione legale, rientrano in quest’ultima ai sensi dell’art. 177 co. 1 lett. a) cod.civ. ancorché compiuti da uno solo dei coniugi, a nulla rilevando che gli stessi si siano verificati senza alcun apporto, economico o personale, dell’altro coniuge. Il momento rilevante agli effetti dell’acquisto ope legis del diritto di comproprietà da parte del coniuge non usucapente, non è quello della pronuncia della sentenza di accoglimento della domanda di usucapione, bensì quello del compimento della maturazione del termine legale di ininterrotto possesso, alla cui scadenza, perfezionatasi la fattispecie legale acquisitiva, il possesso si trasforma nella proprietà o nell’altro diritto reale di fatto esercitato.
Corte di cassazione, Sezione Seconda Civile, 23 luglio 2008, n. 20296
Fonte: Ipsoa Immobili e Proprietà

Commento

Il regime di comunione legale, regime patrimoniale ordinario dei coniugi1, comprende tutti gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi a beni personali: la norma non distingue il genere di acquisto e, di conseguenza, anche l’acquisto a titolo originario come quello che si realizza con l’usucapione, va ricompreso nella comunione e il bene così acquisito diviene di comproprietà di entrambi i coniugi.
Il principio, già affermato dalla corte di legittimità 2 , viene ribadito nella sentenza in commento che pure riafferma essere del tutto irrilevanti eventuali apporti economici o personali dell’altro coniuge al fine dell’acquisto3: esso si verifica per il solo fatto che il regime patrimoniale della famiglia è quello della comunione legale legale, a prescindere dalla provenienza delle risorse.
Tuttavia, perché ciò possa avvenire non è sufficiente che la sentenza dichiarativa dell’usucapione in favore di uno dei coniugi sia pronunciata in costanza di matrimonio, è necessario verificare se la maturazione del termine necessario per realizzare l’acquisto stesso, ossia il decorso di venti anni di possesso indisturbato ed ininterrotto, si sia verificato nel corso dell’unione coniugale e nel regime di comunione legale.
La decisione della corte di legittimità trae origine da una vicenda contrattuale che vede un acquirente dolersi del mancato trasferimento di proprietà di un immobile acquistato in forza di una scrittura privata: la domanda ha lo scopo di sentir accertare l’avvenuto acquisto e, in via subordinata, ottenere una sentenza che produca gli effetti del rogito non stipulato, a norma dell’art. 2932 cod.civ. Il soggetto nei confronti del quale la richiesta è formulata è coniugato in regime di comunione legale che si oppone alla domanda negando di aver venduto il bene come identificato dall’attore; nel giudizio così instaurato interviene la moglie che nell’associarsi alle eccezioni svolte dal marito, chiede che venga dichiarata l’inesistenza, la nullità, l’annullamento o l’inefficacia nei propri confronti del contratto posto alla base della pretesa attorea.
In primo grado, dopo l’espletamento di una consulenza tecnica, la domanda è accolta e l’attore è dichiarato proprietario dell’immobile. La decisione è poi confermata dalla corte d’appello la quale ha anche escluso che il bene immobile oggetto del contratto potesse essere incluso nella comunione legale dei coniugi, con la conseguente validità del contratto di vendita, nonostante la mancata partecipazione della moglie, perché l’acquisto per usucapione risultava essere stato dichiarato in favore del marito con sentenza intervenuta in costanza di matrimonio, ma in forza di possesso iniziato ben prima delle nozze, non essendo inoltre emerso alcun elemento a supporto del contributo fornito dalla moglie all’acquisto.
Contro tale decisione la moglie ha proposto ricorso per cassazione articolando ben sei motivi di impugnazione che la S.C. ha in parte accolto cassando la decisione della corte d’appello e rinviando ad altra sezione perché si pronunci facendo applicazione degli enunciati principi.
In particolare, ha accolto la doglianza inerente la violazione o falsa applicazione dell’art. 177 cod.civ. disciplinante gli acquisti dei coniugi in regime di comunione, osservando che la citata norma non distingue tra gli acquisti a titolo originario e quelli a titolo derivativo, sicché deve ritenersi erronea la decisione che ha escluso che il bene oggetto della pretesa vendita non dovesse far parte della comunione legale e, conseguentemente, il contratto stipulato dal solo marito non poteva espletare alcun effetto.
La S.C. aderisce a tale impostazione osservando che proprio il tenore letterale della norma in questione non distingue la natura dell’acquisto, ma solo esclude dalla comunione l’acquisto relativo a “beni personali” che sono tassativamente indicati nell’art. 179 cod.civ.
L’acquisto a titolo originario, come quello che si verifica con l’usucapione, non è escluso dalla comunione, a nulla rilevando che un tale acquisto si verifichi senza alcun apporto, economico o personale dell’altro coniuge. Invero, perché si perfezioni l’acquisto per usucapione della proprietà di un bene immobile, è sufficiente il possesso continuato per venti anni: una situazione di fatto che prescinde da qualsiasi attività finanziaria.
Sottolineano i giudici che ben diverso è il caso di acquisto a titolo originario per accessione, per il quale l’esclusione dalla comunione legale è giustificata dalla considerazione che tale acquisto si concreta in un incremento, di natura reale e in virtù della forza espansiva del diritto di proprietà immobiliare prevista dall’art. 934 cod.civ., di beni che sono già di proprietà personale.
Ha dunque errato la corte d’appello nel ritenere che l’acquisto a titolo originario operato dal marito non facesse ricadere il bene nella comunione tra coniugi solo perché la moglie non aveva fornito la prova di aver contribuito a tale acquisto.
La sentenza della corte di merito è censurata anche sotto il profilo della valutazione del momento rilevante agli effetti dell’acquisto ope legis: per il coniuge non usucapiente occorre verificare non già se la sentenza che dichiara l’intervenuto acquisto per usucapione in favore dell’altro coniuge sia emessa durante il matrimonio, ma piuttosto se la maturazione del termine legale di ininterrotto possesso si sia verificata in costanza di matrimonio e in vigenza del regime di comunione legale.
Nel caso esaminato, la corte di appello ha fatto esclusivo riferimento alla data della decisione che ha dichiarato l’intervenuta usucapione in favore del marito, senza accertare, come invece avrebbe dovuto, se il ventennio occorrente a far maturare la prescrizione acquisitiva si fosse verificato nel corso dell’unione coniugale e nel regime di comunione. Tale carenza ha determinato la cassazione della decisione di merito e il rinvio ad altra sezione perché accerti se l’usucapione dell’immobile si sia compiuta in data in cui era in vigore la comunione legale tra i coniugi. Solo a seguito di tale accertamento e, in caso di esito positivo dello stesso, si dovrà ritenere che il bene sia divenuto di comproprietà dei coniugi e, conseguentemente, dovrà operarsi l’esame dell’azione di annullamento proposta dalla moglie fondata sulla mancanze del suo consenso alla cessione.
La S.C. ha infatti altresì ritenuto del tutto errata la motivazione della corte milanese secondo la quale, anche nel caso in cui l’immobile fosse stato ricompresso nella comunione, il contratto concluso dal solo marito senza il consenso doveva considerarsi valido ed efficace in quando la alienazione del bene era finalizzata al pagamento di debiti gravanti sul patrimonio comune dei coniugi, da considerarsi atto di ordinaria amministrazione legittimamente compiuto da uno solo dei coniugi
Hanno sottolineato i giudici di legittimità che possono comprendersi nell’ordinaria amministrazione solo atti le cui finalità attengono essenzialmente alla conservazione o al godimento dei beni che ne formano oggetto, di valore economico non particolarmente elevato in senso assoluto e soprattutto in relazione a quello totale del patrimonio, nonché atti che comportino in modesto margine di rischio. Si considerano, invece, di straordinaria amministrazione, oltre a quelli espressamente dichiarati tali, tutti gli atti destinati ad incidere profondamente sulla vita e sul patrimonio dei soggetti interessati, ossia atti che comportano il trasferimento della proprietà, la costituzione di diritti reali di godimento o di garanzia a carico dei beni di proprietà comune, o anche di diritti personali di lunga durata e, in genere, tutte le operazioni anche di natura non immobiliare, che abbiano una rilevante importanza e che comportino sensibili rischi economici. Sulla scorta di tali principi, la S.C. ha ritenuto essere atto di straordinaria amministrazione l’alienazione di un bene immobile in comunione legale tra coniugi anche se finalizzata a procurare i mezzi per estinguere debiti gravanti sulla comunione medesima. Di conseguenza, un tale atto di disposizione effettuato da uno solo dei coniugi, ben può essere impugnato dall’altro nel termine di un anno.
Mariagrazia Monegat (Avvocato in Milano)