Raccolta Sentenze - Casa e Condominio
Liti e azioni legali


Diritto di abitazione dei figli nella casa coniugale assegnata ad un genitore

L’assegnazione della casa coniugale, di comproprietà dei coniugi, alla moglie e ai figli conviventi maggiorenni, in sede di separazione, non costituisce un autonomo diritto di abitazione in favore di figli, i quali, pertanto non hanno alcuna legittimazione ad intervenire nel procedimento di scioglimento della comunione non sussistendo un litisconsorzio necessario.
Corte di cassazione, Sezioni prima civile, 4 novembre 2010, n. 22500
Fonte: Ipsoa Immobili e Proprietà

Commento

La vicenda da cui trae origine la decisione in commento non è affatto inusuale: nell’ambito degli accordi assunti dai coniugi in sede di separazione personale consensuale, omologata dal tribunale, gli stessi convengono che la casa familiare acquistata in regime di comunione venga assegnata alla moglie con la quale ancora convivono i figli maggiorenni, nati nel corso del matrimonio. Quale corollario dell’assegnazione alla moglie è posto a carico l’onere di provvedere al pagamento delle spese condominiali e, in quota pari alla metà, la rata di mutuo.
In seguito, a causa del mancato pagamento da parte della moglie assegnataria delle rate di mutuo e delle spese condominiali, il marito, obbligato del complessivo onere di pagamento, assume l’iniziativa di chiedere lo scioglimento della comunione e conviene così in giudizio la moglie separata chiedendo altresì la condanna della stessa al pagamento delle somme relative al mutuo e alle spese condominiali a carico della medesima.
Nel giudizio di scioglimento della comunione avente ad oggetto l’immobile, già casa coniugale, la moglie convenuta si costituisce chiedendo che la domanda di scioglimento della comunione sia respinta al contempo svolgendo domanda riconvenzionale di condanna del marito al pagamento di somme arretrate dovute a titolo di assegno di mantenimento e chiedendo la compensazione fra i rispettivi crediti e debito.
In esito al giudizio di primo grado, il tribunale, accertato che per procedersi alla divisione era necessario effettuare la vendita all’incanto dell’immobile – non essendo esso divisibile in concreto – pur tenendo conto del diritto di abitazione sul medesimo gravante in favore della moglie, determinava il prezzo della base d’asta e dichiarava lo scioglimento della comunione. Determinava altresì il credito della moglie, compensando sino all’importo dello stesso il credito della stessa per assegni di mantenimento arretrati.
Entrambe le parti proponevano appello e in tale giudizio intervenivano i figli chiedendo la sospensione dell’esecuzione della sentenza e la rimessione della causa in primo grado per difetto di contraddittorio nei loro confronti. I figli chiedevano altresì che fosse accertata l’avvenuta trascrizione di un diritto di abitazione sull’immobile oggetto di divisione, del quale essi erano titolari, opponibile ai terzi , chiedendo infine la condanna dei condividenti al risarcimento di danni , nell’ipotesi in cui tale opponibilità fosse negata, conseguente alla vendita a terzi dell’immobile con pregiudizio del diritto di abitazione dei medesimi.
La corte d’appello dichiarava inammissibile l’intervento in causa dei figli e riduceva le somme dovute dal marito alla moglie riducendo la relativa compensazione e rigettava ogni altro motivo di gravame.
Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione il figlio intervenuto al quale ha resistito il padre.
La S.C. ha preliminarmente rigettato l’eccezione di inammissibilità del ricorso prospettata dal padre, controricorrente, fondata sulla circostanza che l’immobile oggetto della domanda di scioglimento in comunione tra i coniugi era stato venduto all’asta e il corrispettivo ricavato era stato diviso tra i comproprietari.
La Corte di legittimità ha sottolineato che l’interesse del figlio ricorrente non poteva ritenersi essere venuto meno per il sol fatto che l’immobile oggetto dello scioglimento della comunione fosse stato venduto all’asta e il ricavato suddiviso tra i comproprietari, poiché il medesimo ricorrente aveva chiesto l’accertamento dell’opponibilità ai terzi, in forza dell’avvenuta trascrizione effettuato dal medesimo e dalla sorella, del diritto di abitazione che il medesimo sosteneva essere stato costituito anche in proprio favore, nonché la condanna – nelll’ipotesi in cui tale opponibilità fosse stata disconoscita – al risarcimento dei danni conseguenti alla vendita a terzi. Posto che la sentenza della corte di merito aveva dichiarato l’inammissibilità dell’intervento sulla base dell’accertamento della inesistenza di un diritto di abitazione in favore del medesimo ed aveva, di conseguenza, ordinato la cancellazione della trascrizione in suo favore del relativo diritto, la S.C. ha ritenuto sussistere un interesse a ricorrere nonostante l’avvenuta divisione e vendita dell’immobile.
Sgombrato il campo dalla questione pregiudiziale, la S.C. affronta i motivo di ricorso e, ritenendoli tutti inammissibili e infondati, li rigetta condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
In particolare, in relazione alla lamentata violazione dell’art. 155, comma 4 c.c., norma novellata dalla legge 54/2006, ritiene che nessuna censura possa muoversi alla decisione della corte di merito che ha negato l’esistenza di un diritto di abitazione in favore dei figli della coppia separata. Osservano i giudici della S.C. che sia in base al regime di assegnazione della casa coniugale, sia in base a quanto stabilito nel caso di specie nell’atto di separazione – interpretato con diffusa motivazione in relazione ai criteri interpretativo dei negozi giuridici - hanno correttamente negato ai figli del coniuge assegnatario dell’immobile oggetto di divisione un autonomo diritto di abitazione.
Va infatti rammentato che In materia di separazione e divorzio, il disposto dell'art. 155 quater c.c., come introdotto dalla legge 8 febbraio 2006 n. 54, facendo riferimento all'"interesse dei figli", conferma che il godimento della casa familiare è finalizzato alla tutela della prole in genere e non più all'affidamento dei figli minori, mentre, in assenza di prole, il titolo che giustifica la disponibilità della casa familiare, sia esso un diritto di godimento o un diritto reale, del quale sia titolare uno dei coniugi o entrambi, è giuridicamente irrilevante, ne consegue che il giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale.1
In ogni caso, è evidente che il diritto di assegnazione, sia che configuri un diritto personale di godimento, sia che si atteggi come diritto reale, è attribuito al coniuge e non invece ai figli, pur considerando che esso è nell’interesse dei medesimi, In altri termini, il diritto ad ottenere il godimento dell’immobile è attribuito quanto al titulus al coniuge (separando o divorziando) pur essendo i comoda in favore dei figli conviventi con questi, siano essi minorenni o maggiorenni, ma non ancora economicamente autonomi.
Il diritto di abitazione, come diritto reale di godimento su cosa altrui, nell’ambito dell’assegnazione della ex casa coniugale, non può che essere attribuito, per le legge o per volontà delle parti, al coniuge ancorchè a beneficio dei figli con questi convivente. Tuttavia tale beneficio non attribuisce ai figli alcun diritto che possa esser fatto valere autonomamente e che, pertanto legittimi l’intervento nel giustizio che abbia d oggetto la divisione dell’immobile.
Per altro la S.C. osserva che la decisione della corte di merito non può esser comunque censurata neppure nel caso in cui si ritenesse che il diritto di abitazione sulla casa coniugale fosse stato costituito in favore dei figli, giacchè comunque costoro non sarebbero legittimati a norma del combinato disposto degli artt. 344 e 404 c.pc. all’intervento in appello, giacché l’atto di separazione personale di coniugi trascritto, risulta comunque opponibile ai terzi acquirenti del bene oggetto del giudizio di divisione.
E’ pacifico, infatti che a norma dell'art. 344 c.p.c., nel giudizio di appello è ammesso soltanto l'intervento del terzo che sarebbe legittimato all'opposizione di cui all'art. 404 c.p.c., in quanto titolare di un diritto incompatibile che potrebbe essere pregiudicato dalla emananda sentenza1:
Per costante giurisprudenza, infatti, in appello è ammesso soltanto l’intervento dei terzi che potrebbero proporre opposizione a norma dell’art. 404 c.pc. , ossia di coloro che potrebbero fare opposizione contro la sentenza passata in giudicato o comunque esecutiva pronunciata tra altre persone che pregiudica i loro diritti. Occorre tuttavia che tali terzi siano titolari di diritti autonomi rispetto a quelli di cui si controverte, la cui tutela risulti incompatibile con la situazione giuridica che risulterebbe dalla sentenza pronunciata fra le altre parti.2
Il figlio ricorrente lamenta altresì la violazione dall’art. 2668 c.c. in relazione all’ordine di cancellazione del diritto di abitazione trascritto dal medesimo. La S.C. dichiara il motivo infondato osservando che nel caso di specie non può farsi riferimento a quanto affermato dalle S.U.3 secondo cui nel caso in cui il giudice, dopo un statuizione di inammissibilità con cui si è spogliato della “potestas iudicandi” abbia impropriamente inserito nella sentenza argomentazioni sul merito, queste non costituiscono accertamento suscettibile di dar luogo a giudicato nel merito, poiché nel caso di specie l’accertamento dell’esistenza del diritto di abitazione dei figli intervenienti sull’immobile era stato dai medesimi richiesto quel presupposto per l’ammissibilità dell’intervento, ex art, 344 c.p.c., e tale accertamento era stato effettuato dalla corte di merito con esito negativo.
Tale accertamento non poteva ritenersi ultroneo, bensì pregiudiziale al declaratoria di inammissibilità, sicchè l’ordine di cancellazione della trascrizione relativa al diritto accertato come inesistente, è stato ritenuto dalla S.C. legittimamente adottato dalla corte di merito in applicazione analogica dell’art. 2668 c.c., posto che tale norma demanda al giudice che accerti l’infondatezza della domanda trascritta di disporre anche d’ufficio l cancellazione della sua trascrizione, onde deve ritenersi che, a maggior ragione, l’ordine di cancellazione possa legittimamente essere impartito per la trascrizione di un atto nei limiti in cui da esso risulti un diritto accertato come inesistente dalla sentenza.
Mariagrazia Monegat (Avvocato in Milano)