Raccolta Sentenze - Casa e Condominio
Parcheggio


La videosorveglianza all'interno del parcheggio condominiale

Non sussistono gli estremi atti ad integrare il delitto di interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis Codice Penale) nel caso in cui un soggetto effettui riprese dell'area condominiale destinata a parcheggio e del relativo ingresso, trattandosi di luoghi destinati all'uso di un numero indeterminato di persone e, pertanto, esclusi dalla tutela di cui all'art. 615 bis Codice Penalela quale concerne, sia che si tratti di "domicilio", di "privata dimora" o "appartenenze di essi", una particolare relazione del soggetto con l'ambiente in cui egli vive la sua vita privata, in modo da sottrarla ad ingerenze esterne indipendentemente dalla sua presenza.
Corte di Cassazione, Sezione seconda, 3 gennaio 2013 n. 71
Fonte: Ipsoa Immobili e Proprietà

Commento

La S.C. ha respinto il ricorso proposto da un condomino avverso la sentenza pronunciata dal giudice di pace con cui lo stesso era stato condannato al pagamento in favore di altro condomino dell’importo dovuto a titolo di rimborso spese anticipate da questi per l’installazione in via di urgenza di una telecamera a circuito chiuso con video registratore semestrale nell’area condominiale destinata a parcheggio.. L’iniziativa assunta dal condomino era stata determinata dallo scopo di debellare azioni di danneggiamento ulteriori rispetto a quelle già verificatesi e denunciate.
Il giudice di pace aveva ritenuto legittima l’iniziativa assunta dal singolo condomino senza preventiva autorizzazione dell’assemblea, considerando sussistere ragioni di urgenza, e di conseguenza, facendo applicazione dell’art. 1134 c.c. aveva riconosciuto il diritto del medesimo di ottenere dagli altri condomini il rimborso di quanto speso per l’installazione della videocamera.
Il condomino condannato al rimborso contestando la legittimità della spesa ha ritenuto errata la decisione del giudice del merito ed ha proposto ricorso per cassazione lamentando la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 1134 c.c. ritenendo che nel caso di specie non si fosse in presenza di una spesa urgente e neppure necessaria, inoltre l’iniziativa del singolo condomino aveva di fatto esautorato l’assemblea del potere di gestire i beni e i servizi comuni ed inoltre, l’installazione della telecamera, senza alcuna preventiva autorizzazione del Garante della privacy sarebbe stata comunque illegittima ed inoltre avrebbe integrato il reato di interferenze illecite nella vita privata previsto dall’art. 615bis c.p.
La S.C. ha respinto il ricorso ritenendo i motivi di doglianza infondati. In primo luogo non è stato ritenuto sussistere nella decisione assunta dal giudice di pace alcuna violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1134 c.c. posto il ricorrente non ha allegato in che modo la decisione pronunciata secondo equità avrebbe violato il principio desunto dalla citata norma. Del pari infondata è stata ritenuta la doglianza in merito alla necessità di accertare la preventiva autorizzazione del Garante per la privacy e il consenso dei soggetti le cui immagini sarebbe state riprese dalla telecamera. L’opera comunque non integra l’ipotesi di reato di interferenze illecite nella vita privata perché l’area oggetto di ripresa destinata a parcheggio condominiale non è luogo in cui si svolgono manifestazioni della vita privata di carattere esclusivo e riservato. Infine, la sentenza impugnata è stata ritenuta congruamente motivata.
La decisione della S.C. interviene in una materia che ha destato non pochi problemi e che finalmente con l’entrata in vigore della recente legge di modifica delle disposizioni in materia di condominio, n. 220/2012, trova regolamentazione nel nuovo art. 1122 ter c.c. che espressamente dispone in ordine alla installazione sulle parti comuni di impianti volti a consentire la videosorveglianza stabilendo che la relativa delibera può essere assunta dall’assemblea con la maggioranza degli intervenuti che rappresenti la metà del valore dell’edificio.
Si potrà così considerare superato il problema inerente l’individuazione del soggetto da qualificare come “titolare del trattamento” giusto quanto previsto dall’art. 28 D.Lgs. n. 196/03, unico soggetto legittimato a decidere le finalità e le modalità del trattamento dei dati personali.
Sul punto la giurisprudenza di merito aveva ritenuto che l’assemblea non potesse validamente perseguire, con una delibera assunta a maggioranza, quella che è la tipica finalità di sicurezza del Titolare del trattamento che provvede ad installare un impianto di videosorveglianza, vale a dire il fine di tutela di persone e beni rispetto a possibili aggressioni, furti, danneggiamenti o atti di vandalismo oppure finalità di prevenzione incendio di sicurezza del lavoro. L’oggetto di una simile delibera non rientrava nei compiti tassativi dell’assemblea condominiale in quanto lo scopo della tutela dell’incolumità delle persone e delle cose dei condomini, cui appunto tende l’impianto di videosorveglianza, esulava dalle sue attribuzioni tipiche di cui all’art. 1135 c.c. L’installazione della videosorveglianza non appariva di per sé come una prestazione finalizzata a servire i beni in comunione e né tanto meno la maggior sicurezza che ne derivava allo stabile nel suo complesso poteva giustificare un deliberazione che andava a coinvolgere il trattamento dei dati personali a cui l’assemblea stessa neppure era titolare.
In sostanza, l’assemblea, nemmeno con il voto di tutti i partecipanti alla riunione, che non coincidano con la totalità dei comproprietari, poteva decidere per l’installazione d’un impianto di videosorveglianza delle parti comuni dell’edificio. Solamente una scelta concordata tra tutti i condomini avrebbe potuto considerarsi lecita.
L'installazione di un impianto di videosorveglianza per controllare le zone del condominio non rientrava, in buona sostanza, nei poteri della maggioranza dell’assemblea perché la delibera così assunta andava a decidere in merito a questioni che sono del tutto estranee alle finalità del condominio, ossia quelle di conservare e gestire i beni comuni. Simile impianto non integrava un'attività finalizzata a servire i beni in comunione e neppure aveva alcuna rilevanza la maggior sicurezza che ne derivava allo stabile, nel momento in cui la deliberazione coinvolgeva il trattamento di dati personali di cui l'assembla non era titolare.
In senso opposto si era invece pronunciata la giurisprudenza milanese,riconoscendo sia all’assemblea sia anche al singolo condomino la facoltà di installare telecamere a presidio delle proprietà comuni o di quelle esclusive, stabilendo che la relativa delibera potesse essere assunta a maggioranza semplice delle quote e delle teste di cui all’art. 1136, comma 2 e 3, c.c. Tale orientamento si fondava sul presupposto che, non avendo la trovato specifica regolamentazione né all’interno del codice civile e né in leggi speciali, la soluzione del problema doveva ricercarsi sia in quelle norme della Costituzione che riconoscono certi diritti fondamentali, come quelli alla riservatezza, all’integrità del domicilio privato e alla proprietà, sia nei principi generali in tema di codominio e sia, infine, nei provvedimenti pronunciati dal Garante per la protezione dei dati personali, limitatamente a quelli che hanno affrontato la tematica in esame: il tutto tenendo naturalmente presente gli arresti giurisprudenziali nel contempo intervenuti sulla materia. I principi costituzionalmente garantiti ed inviolabili, quale il diritto di proprietà, di libertà à personale e di domicilio, unitamente a quello dell’integrità personale, danno sicuramente copertura all’installazione in condominio di impianti di videoregistrazione che mirino a prevenire atti lesivi. Con particolare riferimento invece alle norme dettate in tema di condominio, l’astratta possibilità di tali installazioni derivano da una serie di norme di rango primario, quali l’art. 1102 c.c., che legittima il singolo condomino a servirsi della cosa comune purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso, e l’art. l120, comma 1, c.c., nonché gli artt. 1131, 1135 e 1138 c.c. , nella parte in cui tali norme hanno previsto la possibilità di disciplinare e regolare l’uso delle cose comuni rispettivamente ad opere dell’amministratore, dell’assemblea o per il tramite del regolamento.
Ora che la sollecitazione che il Garante aveva indirizzato al Governo e al Parlamento circa la protezione dei dati personali ha trovato riscontro nell’intervento legislativo la materia è compiutamente regolamentata e si auspica non darà luogo ad ulteriori contenziosi. La decisione deve essere adottata dall’assemblea con le maggioranze di cui al comma 2 dell’art. 1136 c.c., vale a dire con il voto della maggioranza degli intervenutoi in assemblea (rappresentanti però almeno un terzo dei partecipanti al condominio) e almeno la metà del valore dell’edificio. Resta ancora da sciogliere il dubbio circa il soggetto legittimato ad esprimere il voto su simile delibera che coinvolge non solo i condomini, ma anche coloro che abitualmente frequentano il condominio, vuoi perché ivi ci abitano in forza di un diritto personale di godimento oppure perché ivi si recano per i più svariati motivi, non da ultimo per lavoro.La decisione su tale argomento resta limitata ai soli condomini, per precisa volontà del nuovo legislatore di confermare il principio per cui la gestione del condominio è lasciata esclusivamente ai proprietari delle singole unità che lo compongono, unici a restare vincolati anche in tema di esborsi dalle decisioni assunte dall’assemblea.
Mariagrazia Monegat (Avvocato in Milano)