Raccolta Sentenze - Casa e Condominio
Parti comuni


Condominio e Comune rispondono dei danni causati dalla grata sul marciapiede

Sia il Condominio e sia il Comune, in quanto entrambi custodi ex art 2051 c.c. della grata posizionata sul marciapiede a copertura del cavedio condominiale, devono ritenersi tenuti in solido al risarcimento dei danni tutti subiti dal pedone scivolato sulla grata stessa.
La custodia può infatti far capo a più soggetti qualora ciascuno di essi abbia la disponibilità giuridica e di fatto sulla cosa che comporti il potere- dovere di intervenire.
Corte di Cassazione, sentenza n. 2328 del 31 gennaio 2018

Commento

In caso di sinistro avvenuto sulla strada in conseguenza di insufficiente o carente manutenzione, il proprietario o il custode, intendendosi per tale il possessore, il detentore o il concessionario della stessa, rispondono, quali custodi, dei danni cagionati dalla cosa, salvo che riescano a liberarsi di tale loro responsabilità presunta fornendo prova che l’evento dannoso sia conseguenza di un accadimento fortuito.
Sulla base di tale ormai consolidato principio la Suprema Corte, con sentenza n. 2328 del 31 gennaio 2018, ha ritenuto sussistere la solidale responsabilità del Condominio e del Comune ove questo era sito per i danni subiti da una persona che, nel camminare sopra una grata posizionata sul marciapiedi e destinata a favorire l’aereazione del sottostante cavedio e degli attigui boxes dell’adiacente Condominio, era caduta rovinosamente a terra a causa della carente manutenzione della grata medesima.
Il giudizio di primo grado svoltosi davanti al Tribunale di Sassari aveva visto coinvolti, oltre che il Condominio ed il Comune ( e la sua compagnia di assicurazione), anche la società costruttrice dell’edificio che, previo ottenimento delle opportune concessioni di occupazione di suolo pubblico, aveva posizionato la grata sul cavedio condominiale. La vertenza si era concluso con la declaratoria della esclusiva responsabilità del Condominio per il verificarsi del sinistro e con la conseguente sua condanna al risarcimento dei danni.
Avverso tale sentenza avevano proposto appello tutte le parti in causa, chi in via principale e chi in via incidentale, chiedendone la totale o la parziale riforma.
I giudici di seconde cure avevano ritenuto che il marciapiedi dove si era verificato il sinistro, anche se costituito da una grata metallica, doveva comunque considerarsi come parte di una strada urbana aperta al pubblico e al traffico pedonale e dunque di proprietà del Comune, che sulla stessa avrebbe dovuto svolgere le opportune funzioni di controllo, di vigilanza e di intervento: da qui la sussistenza di una sua responsabilità ex art. 2051 c.c. in quanto custode del marciapiedi.
Il che non portava però i giudici d’Appello ad escludere la concorrente responsabilità del Condominio, sul presupposto che indiscutibilmente la grata in questione era stata posizionata sul marciapiede dalla società costruttrice sua dante causa in sostituzione di una precedente muratura. Il marciapiede, in buona sostanza, era stato concesso al Condominio ( e prima al suo dante causa ) per dare aria e luce ai sottostanti spazi di proprietà condominiale e pertanto per un uso estraneo alla sua naturale destinazione, per il quale appunto versava un periodico corrispettivo di occupazione di suolo pubblico. Da qui l’obbligo dello stesso di provvedere alla sostituzione della grata che già da tempo presentava segni di usura e di vetustà e, di conseguenza, di custodia sulla stessa.
La questione è finita davanti ai supremi giudici di legittimità su istanza di un condomino, legittimato a farlo in forza dell’ormai fermo principio per cui , essendo il Condominio un mero ente di gestione sfornito di capacità giuridica, la presenza dell’amministratore non priva il singolo condomino di agire anche giudizialmente a difesa dei diritti comuni inerenti all’edificio condominale, avvalendosi anche in via autonoma dei mezzi di impugnazione per evitare gli effetti sfavorevoli della sentenza pronunciata verso il Condominio ( Cass. 10717/11). I giudici di secondo grado, secondo il condomino ricorrente, aveva errato nel qualificare il Condominio come concessionario del marciapiede - e quindi custode - per il solo fatto di avere esso pagato la tassa su suolo pubblico e per avere ottemperato, in quanto erroneamente indotto a farlo “dalla natura pubblica dell’intimante e dai suoi poteri autoritativi”, all’ordinanza comunale che gli imponeva di provvedere alla manutenzione della grata.
Per il Comune, quale ricorrente incidentale, la grata è un manufatto autonomo rispetto al bene ( il marciapiede) oggetto della concessione e, stante la sua funzione di favorire l’areazione del cavedio e del garage condominiale, deve considerarsi un bene comune ex art. 1117 c.c.: da qui l’esclusiva responsabilità del Condominio per i fatti occorsi, anche in ragione dell’art. 2053 c.c.
Anche il Condominio è ricorso ad ad adiuvandum del singolo condomino per escludere la propria qualificazione di custode, non avendo mai potuto in alcun modo sostituire la grata senza l’autorizzazione del Comune e nemmeno escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla grata nel momento in cui si è verificato il danno.
Gli ermellini hanno confermato la coesistenza dell’obbligo di custodia della grata in questione in capo sia al Condominio e sia al Comune, ritenendo immeritevole di qualsivoglia censura, sotto tale profilo, la decisone assunta dai Giudici d’Appello.
Accertato infatti che il Comune aveva conservato la proprietà della grata in quanto parte integrante del marciapiede e che dunque il sinistro era avvenuto in una strada pubblica mal mantenuta, questi o il custode ne dovevano rispondere ex art. 2051 c.c.. Ciò nondimeno, sul presupposto che la custodia può far capo a più soggetti, a pari o a diverso titolo, nel caso in specie, era innegabile che il Condominio, attraverso il reiterato pagamento della tassa per l’occupazione del suolo pubblico, avesse avuto l’effettiva utilizzazione del bene (diversamente, non vi sarebbe stata ragione del pagamento). Da qui la duplice e solidale loro responsabilità per il verificarsi del sinistro, avendo il Comune mantenuto il potere di ingerenza, di gestione e di intervento sulla cosa, pur consentendone al Condominio la piena utilizzazione e dunque non riservando a sé, in via esclusiva, la custodia della grata.
La formulazione dell’art. 2051 c.c. evidenzia in modo chiaro che la responsabilità prevista dalla norma postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa tale da consentire il potere di controllarla e di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte, nonché di escludere i terzi dal contatto con la cosa ( Cass. n.15761/2016). Ad integrare la responsabilità è sufficiente che il danno sia stato cagionato dalla cosa in custodia, assumendo rilevanza il solo dato oggettivo della derivazione causale del danno dalla cosa, mentre non occorre accertare se il custode sia stato o meno diligente nell’esercizio del suo potere sul bene in quanto la condotta del custode resta del tutto estranea al paradigma della responsabilità delineata dall’art. 2051 c.c. ( Cass. n.4476/2011).
Ne consegue che, da un lato, il danneggiato ha il solo onere di provare l’esistenza di un idoneo nesso causale tra la cosa e il danno; dall’altro, spetta al custode dimostrare che il danno non ha trovavo origine dalla cosa, ma dal caso fortuito, nel cui ambito possono naturalmente essere ricompresi, oltre al fatto naturale, anche quello del terzo e quello dello stesso danneggiato.
Trattasi dunque di una ipotesi di responsabilità oggettiva, con possibilità di prova liberatoria, dove il caso fortuito interviene come elemento idoneo ad eliminare il nesso causale altrimenti esistente tra la cosa ed il danno ( Cass. n.12027/2017).
Il caso fortuito è tutto ciò che non sia oggettivamente prevedibile oppure che rappresenti un’eccezione alla normale sequenza causale, cioè un fattore estraneo alle sequenza originaria avente idoneità causale assorbente e tale da interrompere il nesso con quella precedente, sovrapponendosi ad essa ed eludendone l’efficacia condizionante.
Anche l’imprevedibilità che connota il caso fortuito deve essere oggettiva, ma una volta provato dal danneggiato il nesso causale tra la cosa custodita e l’evento dannoso, la colpa o meno del custode rimane del tutto irrilevante ai fini dell’affermazione della sua responsabilità.
Ciò non toglie che il caso fortuito possa essere integrato dalla stessa condotta del danneggiato, che abbia usato il bene custodito senza la normale diligenza o con un affidamento soggettivo anomalo, al punto da farlo recedere a mera occasione o “teatro” della vicenda produttiva di danno ed assumendo pertanto un’efficacia causale autonoma e sufficiente per la determinazione delle vento ( Cass. 2479/2018).
Sotto tale profilo, vale anche in ambito di responsabilità extracontrattuale il principio dettato dall’art. 1227 c.c. in tema di concorso nella causazione del danno da parte del danneggiato, talché, quanto più la situazione di possibile pericolo sia suscettibile di essere prevista e superata con l’uso di normale diligenza da parte del danneggiato stesso, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente di costui nel verificarsi dell’evento dannoso.
Resta in ogni caso ferma l’oggettività della responsabilità del custode in quanto titolare della signoria sulla cosa custodita; ciò non esonera però il danneggiato dal dovere di cautela nel momento in cui entra in contatto con la cosa, che gli impone di adottare condotte idonee a limitare, entro limiti di ragionevolezza, gli aggravi per i terzi.
Così è avvenuto nella fattispecie sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità, dove alcune imperizia è stata riscontrata nel comportamento del danneggiato, mentre è risultato evidente il nesso di causalità tra la sua caduta e la scarsa manutenzione della grata posizionata sul marciapiede.
Augusto Cirla, avvocato in Milano